Recensioni


Recensione di “…e il tempo fugge” di Galfano Bartolo

di Annalisa Scialpi

E’ una poesia forte, quella dell’autore, che ‘esplode’ liberamente assieme a un sentimento che si riversa, con generosa abbondanza, su luoghi, cose e persone amate. Un sentimento poetico e, in quanto tale, totalitario, nel quale passioni, desideri, si concentrano in una fiamma in grado di dar voce e spazio a luoghi e volti della memoria. Il ricorso alla mitologia si fa dunque, per l’autore, ricerca del sacro ma anche di un simbolico che ‘tenga assieme’ i fili di un sentimento che, impetuoso sgorga, cercando gli argini che lo definiscano in una forma. Vibra dunque, nella poesia dell’autore, la ricerca del Sacro come orizzonte altro in grado di legittimare e dare via libera a un flusso comunicativo che è identità e ricerca di incontro autentico.

Il filo della memoria si snoda nelle poesie dell’autore che, come fedele custode del Fuoco, ripercorre istanti vissuti con il distacco colmo dell’emozione di chi nulla vuol lasciare all’oblio. Ogni poesia è, perciò, ‘giovane’, nonostante i 92 anni dell’autore, un album che si lascia percorre con piacere da chi ama cogliere del sentimento il frutto, anche il più impermalente e caduco. Ed è la sottile ed ironica intelligenza dell’autore a lasciare che il ‘miracolo’ della vita che torna sulle cose passate incanti il lettore, trasportandolo in un’atmosfera di ‘trascendimento presente’ e presentandogli il sottile volto di una sapienza ancestrale che sussurra nei versi, ma non si lascia catturare.

Le poesie sono inoltre pervase da un senso estetico che le irrora nell’atto stesso del loro fluire, disegnando gli aneliti di un’anima a proprio agio nel canto dei sensi protesi al loro trascendimento nel sacro. L’autore non fugge i ricordi delle passioni che hanno contrassegnato il suo vivere, ma le rievoca con la fierezza di chi sa che nessun trascendimento, nessuna spiritualità e possibile nel ‘sorpasso’ del veicolo fisico dell’amore.


Occhi profondi, Galfano Bartolo da ‘Il tempo fugge’  

Se guardo occhi come i tuoi profondi

consumarmi sento come una candela,

vivere in altri misteriosi mondi.



Ma se vedo il tuo sorriso senza veli

morderti vorrei come una mela

mentre felice volo in alti cieli.


Del fisico mio perdo possanza

e sento che, vinto, già si dimette

mentre il cuor mi si riempie di speranza


Per quanto amor lo sguardo tuo promette.

se mi baci, poi, volo in Paradiso

leggero come fumo, in un momento,


né so descriverti il mio rapimento:

ti stringo al seno e felicità sprizzo

e al tuo contatto ardo come un tizzo.




Presentazione e recensione del poeta Andrea Borci

di Annalisa Scialpi 

Presentazione Andrea Borci

Ho conosciuto Andrea ad un salotto letterario. Prima di riprendere il suo posto, dopo aver letto la poesia, gli ho chiesto di darmi il foglio per farmela rileggere. Ricordo l’impressione che mi fecero quelle parole semplici, come pietre che arrivano dritte al cuore. La sua scrittura mi sembrò estremamente pura e, proprio per questo, profonda. Come se quello che viene definito in filosofia, in particolare da Hegel, ‘spirito assoluto’, avesse trovato un canale d’espressione in parole dalla semplicità disarmante. Mi sono anche letta un po’ dentro per domandarmi perché quelle parole mi avessero colpito così tanto e ho scoperto, in me, una certa stanchezza delle parole. Una sfiducia nelle parole. Parole usate e strapazzate da radio, televisione, parole vendute nei comizi e sui cartelloni pubblicitari.

Leggere le poesie di Andrea Borci è stato, per me, come riappropriarmi, credere ancora nella parola. A questo, credo, che servano i poeti i quali, a loro volta, non servono nessuno. E cioè a ridare dignità alla parola perché nella parola è racchiuso il mistero del divino.

Amare

Amare una persona vuol dire

sentirsi partecipe di una vita,

di una vittoria sempre più bella.

Non ti nasconder al mondo o uomo!

Alla nascita, il cuore duole all’infinito.

Nella mente siamo tutti uguali.

Nel deserto della vita

bisogna dire “ti amo”,

ti penso”,

senza avere il terrore del mondo

La parola di Andrea è la parola del viandante, come lo è ciascuno di noi, che nel deserto dell’essere cerca l’oasi, la sorgente che possa alimentare la sua sete. Il deserto, in poesia, non è un luogo sterile, ma una terra nella quale la solitudine pone in contatto con le radici del proprio essere. Con le domande racchiuse nell’intimo, ma anche con le verità taciute. Nel deserto si diviene coscienti del bisogno di dire la propria verità, di urlarla in faccia alla storia. Nel deserto si riscopre il noi, quell’appartenere ad una comune radice.

Il deserto mi fa pensare a due autori. In primo luogo, mi fa pensare a Leopardi, alle sue interrogazioni in Canto notturno di un pastore errante per l’Asia .

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?

Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi?

Dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?
Ma perchè dare al sole,
perchè reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,
perchè da noi si dura?
che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?

***


Il deserto è, qui, luogo dell’anima. Incontro con la purezza del proprio essere, con le sue inquietudini, con le sue domande. In un periodo storico che ha rimosso non solo inquietudini, sentimenti, emozioni, ma anche la stessa morte, ritornare al deserto significa riappropriarsi della stessa possibilità di vivere la propria umanità. E, in questo, chiunque si metta in gioco, chiunque ha il coraggio di mettersi in gioco, anche se non è Leopardi o se, agli inizi, non lo è ancora, va comunque premiato, incoraggiato a proseguire nell’avventura artistica che è anche formazione.

Dal deserto, quindi, nasce e può nascere qualcosa. E’ questo coraggio che va premiato in Andrea: la capacità di dire il proprio dolore, di rompere la maledetta cortina di perbenismo per tirar fuori un volto umano. Solo attraversando il deserto si giungerà ad annientare lo stesso dolore come recita nella prima strofa della sua poesia il poeta Dylan Thomas-


Dai sospiri
Dai sospiri nasce qualcosa,
ma non dolore, questo l’ho annientato
prima dell’agonia; lo spirito cresce,
scorda, e piange;
Nasce un nonnulla che, gustato, è buono;
Non tutto poteva deludere;
C’è, grazie a Dio, qualche certezza:
che non è amore se non si ama bene,
e questo è vero dopo perpetua sconfitta.


Solo nel deserto, ancora, il Piccolo Principe di Saint Exupery scoprirà il segreto dei veri legami.

Cosi' il piccolo principe addomestico' la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangero'".
"La colpa e' tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?" "Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse:
"Va' a rivedere le rose. Capirai che la tua e' unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalero' un segreto".
Il piccolo principe se ne ando' a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si puo' morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e' piu' importante di tutte voi, perche' e' lei che ho innaffiata. Perche' e' lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perche' e' lei che ho riparata col paravento. Perche' su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perche' e' lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perche' e' la mia rosa".
E ritorno' dalla volpe.
"Addio", disse.

amore, tanta felicità nel mondo,

di

chi ti ama, di chi ti sente partecipe

Da

i

dolori piangenti”

il nostro si nel mondo,

dalla

terra viva.

Le tenebre oscurano

versi del poeta si respira, dunque, una religiosità che è fede

intima ma non intimistica, animata e rianimata dall’immersione

panteistica nella bellezza vivificante del cosmo.

persecuzione si cade nella fede,

Tuona

l’anima, tuona il vento

La

e

quando

forse

“Nelle nubi ti vedo distante”

L’amore,

col cuore, vede il profumo del mare.

e il calore di un pomeriggio d’inverno.